Mario Giacomelli: a volte hai il coraggio di fotografare e a volte no

Mi chiedo se i tuoi occhi somigliano a quelli di tua madre.
Non so bene come li aveva, mia madre. Forse la sola differenza tra noi era che lei portava un vestito da donna, e io da uomo. Di mia madre, la cosa che mi sembra la più importante, e anche la più bella, è che in tutta la sua vita non sono mai riuscito a dirle che la amavo. Forse per il mio cattivo carattere, o per timidezza. Non sono mai riuscito a darle un bacio, e nemmeno a chiederle come stava. È morta pochi mesi fa. Ho baciato le sue labbra, dopo morta, ma per me era bello, e da quel momento ho cominciato a vivere con lei, adesso le chiedo come sta, se è felice di me. Son cose più grandi della fotografia, forse è meglio non parlarne.

Ma tu guardi i tuoi occhi allo specchio, ogni tanto ? Ti chiedi cosa sono, questi occhi?
Non li guardo, forse neanche li sento. O li sento come un tramite. Quando tu fotografi, hai un’immagine di fronte, che attraverso un forellino entra nella macchina, e tu puoi averne una copia, un estratto. Cosi sono i miei occhi, uno strumento per prendere, per rubare, per immagazzinare cose che vengono poi intrise e rimesse fuori, per gli occhi degli altri.

E la macchina fotografica ? Tu non hai una macchina come noi tutti, Kodak o Nikon o Leica.
Io non so cosa hanno gli altri. Io ho una macchina che ho fatto fabbricare, una cosa tutta legata con lo scotch, che perde i pezzi. Io non sono un amante di queste cose. Ho questa da quando ho iniziato, sempre la stessa. Con lei ho vissuto le cose, belle o brutte, con lei ho diviso tanti attimi della mia vita. Mi rattrista solo l’idea di staccarmi da lei.
Ma questa macchina da dove viene ?

L’ho fatta fare io. Ho smontato un’altra macchina di un amico mio, togliendo tutte le cose inutili. Per me l’importante è che ci sia la distanza e… cosa c’è d’altro? Io non so come funzionano queste cose. L’importante è che non passi la luce. È una cassa senza niente.